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    Portogallo

    de Federico Balestrini

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    Nelle notti d’estate per le vie di Lisbona la gente sembra non avere fretta. I turisti calpestano incoscienti il pavimento a mosaico della rua Augusta; le giovani coppie camminano abbracciate fino a praça do Comércio, un giorno luogo pullulante di vita, agorà di scambio, di trattativa, di incontro. Gli antichi fasti della città di Vasco De Gama si intravedono nelle azulejos che percorrono gli edifici in rovina, nelle torri e in quello che rimane delle fortezze un tempo erette con orgoglio in tutto il Portogallo. Oggi, nei quartieri di Lisboa, i vecchi se ne stanno seduti davanti all’ingresso delle loro case. Una fugace conversazione con un giovane che passa lì per caso, il sorriso malinconico, segnato dalla vita, l’attesa di qualcosa che arriverà, prima o poi.

    Per le vie strette e curvose dell’Alfama, una musica orientaleggiante esce dalle case e accompagna lo straniero che sale verso il castello di São Jorge. I fili per stendere il bucato al sole corrono nel vuoto, unendo balconi tra loro vicinissimi. Con un salto si potrebbe facilmente passare dall’uno all’altro.

    Burro, olive, pasta di alici o gamberi. È l’antipasto che i portoghesi offrono ai turisti. Ovunque, la reclame del fado; un simbolo, un’istituzione, l’anima di un popolo che canta nostalgico i tempi in cui, dal suo mare, era padrone del mondo.

    Il tram numero 28 è affollatissimo di turisti, corre precario sui binari nel traffico caotico della città; durante le curve del giro panoramico, rischia di perdersi qualche intrepido forestiero per strada.

    Al tramonto, nei quartieri spogli, nel vento che solleva le foglie e le fa danzare sospese da terra, nella luce opaca delle poche finestre abitate, si respira un che di crepuscolare, di decadente. Nell’aria, qualcosa che volge al termine. L’antico e il moderno: a pochi chilometri, è spuntato imponente il quartiere dedicato all’Expo ’98: una città sul rio Tejo.

    In Portogallo le distanze si coprono in poco tempo. L’auto percorre tranquilla strade spesso quasi deserte. Il paesaggio cambia repentino, e per lunghi tratti il territorio si mostra privo della mano dell’uomo. È un ritorno alle origini. La cosiddetta civiltà non può niente contro la potenza dell’oceano che con le sue onde scaraventa a terra, né contro l’alta e la bassa marea, che nell’Algarve, nel sud del Portogallo, scava inesorabile il rosso delle falesie. In un villaggio, lungo il fiume Arade, due pescatori sventrano il pesce fresco, con cura e maestria, consapevoli che la loro esistenza dipende dal mare. Un cane corre lungo la riva abbaiando ai gabbiani.

    La sera, nei ristoranti, il pesce lo puoi scegliere tu, che vieni da lontano. Appena sottratti al loro habitat, li scruti ammassati con garbo nelle teche. A Portimão, vicino Lagos, non mancano enormi griglie all’aperto, al centro una ciminiera fumante e rumorosa. Rossi in viso, i cuochi addetti alla brace girano il pesce con decisione. Prima che arrivi nel tuo piatto. Più a nord, sulla spiaggia di Nazaré, il baccalà viene fatto essiccare al sole, poco lontano dai bagnanti.

    Il silenzio mistico dei chiostri medievali di Alcobaça e Batalha diventa il silenzio rumoroso di Fátima, dove si incontrano le speranze della gente. Le si può toccare con mano nelle statue di cera gettate nel fuoco, nel sacrificio di chi cammina in ginocchio attraversando l’enorme piazza che collega l’antico al nuovo Santuario della Vergine. La fede, la gratitudine, la sofferenza, i progetti: la vita di tante anime concentrata nei pochi metri quadrati del luogo dell’apparizione.

    Aqui vivemos, aqui sorrimos, aqui perduraremos. Sui muri della città universitaria di Coimbra gli studenti danno libero sfogo ai loro non compromessi con il mondo, e alla voglia di lasciare il segno, in questa vita.

    Se da Coimbra il forestiero sale verso nord, arriva a Porto. E rimane a bocca aperta. È quasi notte, pochi passi dalla stazione ed ecco lo spettacolo di una città fantasma che, abbarbicata su se stessa, si specchia sul rio Douro. È come se questo agglomerato, dopo una lunga e incerta corsa, si fosse accartocciato sulla riva. Per non cadere dentro l’acqua, e scomparire. La voce stridula dei gabbiani si impone con forza all’orecchio del forestiero. Sotto un cielo grigio striato di nuvole rosa e bianche, le imbarcazioni ai lati del fiume sembrano antichi vascelli, abbandonati da secoli. L’acqua è calma, nonostante il vento forte che soffia sul ponte progettato da Eiffel. Le case sembrano incastonate l’una nell’altra, venute su come da sé. Molte sono disfatte, svuotate all’interno, con l’ultimo piano di lamiera, e senza imposte. Lungo le vie di una città mercantile, “funzionale” eppure bellissima, la gente cammina veloce, guardando a terra. Alza gli occhi solo nei crocicchi. Gli abitanti, quasi surreali, sembra siano lì per caso, tornati a popolare un luogo lasciato alla sua solitudine da anni.

    Il vino caldo e dolce che prende il nome dalla città compare sui tavolini dei ristoranti lungo il fiume Douro. Ma i locali commerciali e accattivanti nati per i turisti nascondono la vera essenza di Porto. Dietro, come in seconda fila, i vecchi luoghi che accoglievano mercanti, pescatori, commercianti. Un piccolo mondo la cui vita concitata si svolgeva alla luce del sole ma anche all’ombra dei vicoli e delle stanze dove il compromesso la faceva da padrone. E lì, se ti soffermi sui visi o indugi nei meandri, percepisci uno sguardo ostile. Ti senti ospite, per la prima volta veramente forestiero.

    Lontano dal centro, il museo di arte contemporanea di Alvaro Siza Vieira e la futuristica Casa della Música di Rem Koolhas.

    Dopo l’opera creativa dell’uomo, il turista si imbatte inaspettatamente nello spettacolo naturale del giorno che lascia il posto alla notte. Cabo de São Vicente: la punta ovest dell’Europa, un lembo di Portogallo che perfora l’Atlantico. Qui, sui gradini eterogenei a strapiombo sul mare del promontorio di Sagres, si dà appuntamento il popolo del tramonto. In centinaia, da tutto il mondo, cominciano ad arrivare dal primo pomeriggio. Si guadagnano un pezzo di scogliera per vedere il sole scivolare lentamente nel mare. Sono attrezzatissimi e silenziosi: scarpe da tennis, bibite calde e coperte di lana per sopportare il freddo e il vento. Esplodono in un applauso liberatorio dopo che il sole scompare all’orizzonte, lasciando una sagoma che si tinge di rosso. Allora, si accende il faro della fortezza: l’uomo subentra laddove la natura ha finito la corsa. Domani, con l’alba, accadrà il contrario.



    Lucia Romiti

    Caractéristiques et détails

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    • Catégorie principale: Voyages
    • Format choisi: Portrait standard, 20×25 cm
      # de pages: 78
    • Date de publication: déc 10, 2010
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    ilnivola
    Federico Balestrini
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